Perché DEVO pagare per un servizio INUTILE quando posso provvedere da me SUBITO e SENZA SPENDERE UN CENTESIMO?

Chiunque abbia svolto Ricerca nel campo delle Scienze Umanistiche a Roma conosce bene quella sensazione, di rabbia mista a frustrazione, che si prova nel sentirsi dire che per legge o regolamento, all’interno dell’istituto ne quale stiamo svolgendo il nostro lavoro, è proibita la riproduzione privata (quindi con il proprio apparecchio).
La frustrazione è dettata dalla consapevolezza che saremo costretti, nella migliore delle ipotesi, a pagare inutilmente ed a perdere molto tempo per ottenere una manciata di foto di un documento essenziale ai fini della nostra ricerca (svolta, il più delle volte, a titolo totalmente gratuito!!). Nella migliore delle ipotesi perché, in alcuni casi, la riproduzione è vietata in tutte le sue forme: “guardare ma non toccare”, o meglio “guardare ma non fotografare”, perché, tanto per arrivare quanto per essere letto, quel documento sarà in ogni caso manipolato, spesso senza tatto o competenza alcuna.
La rabbia invece è generata dalla palese incongruenza tra l’obiettivo (necessità di conservare integro il manoscritto) e i divieti: se la nostra foto senza flash danneggia il documento perché quella del fotografo non dovrebbe farlo? Perché gli scatti del fotografo dovrebbero costare delle cifre folli e necessitare a volte settimane di attesa per la consegna? Siamo così sicuri che i fotografi (noti esperti in conservazione di beni culturali) poi esercitino la loro attività sotto stretta sorveglianza dei funzionari e stando attenti a non danneggiare i materiali? Rischi per la conservazione derivano semmai dalle foto ‘professionali’ che richiedono tutta una serie di accorgimenti, più che da banali ‘foto per studio’ scattate durante la consultazione!
Duole constatare che poi siano proprio le biblioteche pubbliche a Roma i luoghi di questi divieti inutili, mentre gli istituti stranieri (British School at Rome, Biblioteca Hertziana..) o privati (Fondazione Marco Besso) generalmente permettono di fotografare tutto (o quasi) con il proprio apparecchio…non fa altro che aggiungere sale sulla ferita.
Ma il motivo maggiore di rabbia è legato alla consapevolezza che dietro questi divieti assurdi ci sia l’avido desiderio di profitto sulle spalle di chi fa ricerca poco più che gratuitamente!
Fare Ricerca è un diritto tutelato dalla Costituzione (art. 33) e impedire la riproduzione con il proprio apparecchio a singoli studiosi senza nessuna valida ragione significa di fatto calpestare un diritto costituzionale.

Giulio Del Buono (Phd)
Università Roma Tre

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