573 euro per DIECI RIPRODUZIONI. Dove? A Ferrara.

SOLO 57 EURO A SCATTO….Si riporta il testo dell’articolo online tratto dal quotidiano on line Estense.com del 4 settembre che a sua volta riporta la drammatica testimonianza di una ricercatrice ferrarese che per pubblicare un semplice articolo su una rivista scientifica ha dovuto sborsare una cifra astronomica di soli diritti. L’Ariostea a Ferrara concede l’uso gratuito del mezzo proprio in sala, e questo è senz’altro positivo, ma pubblicare qualche disegno in un articolo scientifico diventa davvero proibitivo…. :

Le speranze che qualcosa si stesse muovendo c’erano tutte. Perchè dopo l’articolo del dicembre scorso di Estense.com, riguardo agli spropositati costi imposti dal Comune di Ferrara per la riproduzione delle opere culturali, il dibattito era approdato in consiglio comunale. Ma soprattutto per le ‘liberalizzazioni’ contenute nella prima stesura del decreto legislativo ArtBonus del ministro alla cultura Dario Franceschini. Ma oggi – a mesi di distanza e con in mano i conti della Biblioteca Ariostea e dell’Archivio Storico Comunale – è evidente che la situazione non si è mossa di un millimetro.

Alcuni ricorderanno la vicenda di Francesca Mattei, la 33enne ricercatrice ferrarese (impiegata al Politecnico di Milano) che per riprodurre cinque disegni, da pubblicare recto e verso, più due fotoriproduzioni di un libro antico, si era trovata di fronte a un preventivo ‘monstre’: 490 euro di base, che potevano arrivare a 840 a seconda del computo degli addetti al servizio. Il tutto per realizzare una ricerca su diversi disegni cinquecenteschi conservati a Ferrara – finora mai segnalati nel panorama accademico – che già di per sé rappresenterebbe un guadagno d’immagine per la città estense. Cifre da record (si veda il precedente articolo per i paragoni nazionali e internazionali) che avevano sollevato lo sdegno anche di Luca Cimarelli con l’allora Pdl, attraverso una risoluzione da portare nelle commissioni consiliari. Mentre l’assessore alla cultura Massimo Maisto dichiarava che “certamente attenuare i costi per i ricercatori e i soggetti più deboli è qualcosa su cui ragionare. Le tariffe in questo momento sono fissate anche per il prossimo anno, ma se mi viene fatto presente il problema sono assolutamente disponibile a portare la questione all’attenzione del consiglio”.

Veniamo al presente. Dopo le inutili richieste della Mattei a Mirna Bonazza, responsabile Manoscritti rari della Biblioteca Ariostea, è finalmente giunto il salatissimo conto: 573,77 euro per la riproduzione di 10 immagini. Neanche un euro di sconto nonostante siano scesi in campo anche gli editori della rivista accademica, spiegando l’importanza del lavoro all’interno del Census, progetto nato al Warburg College di Londra su iniziativa degli storici dell’arte Fritz Saxl e Richart Krautheimer e dall’archeologo Karl Lehmann. Lapidario il commento del curatore tedesco che si occupa della pubblicazione: “Dalle nostre esperienze in quindici anni nel Pegasus (la rivista pubblicata nell’ambito del progetto, ndr) so che alcune istituzioni hanno veramente dei prezzi orrendi, ma non capita spesso di non riuscire a negoziare uno sconto e il prezzo di 57 euro a immagine per i soli diritti, senza la fornitura degli immagini, è veramente il massimo mai raggiunto”. Un record, almeno in questo caso, di cui non andare troppo fieri.

Eppure oltre alle dichiarazioni dei politici locali, anche il ministro Franceschini sembrava aver aperto uno spiraglio per favorire la divulgazione – non a scopo di lucro, occorre puntualizzare – del nostro patrimonio artistico. Nella prima stesura del decreto legislativo ArtBonus (quello che, per intenderci, ora consente di farsi ‘i selfie’ davanti ai quadri dei musei), al comma 3 dell’articolo 12, veniva liberalizzata “purchè senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale”, “la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi”. Scomparsi dopo il passaggio alla Camera i riferimenti ai beni archivistici e bibliotecari, nonostante lo stesso Franceschini abbia giudicato il decreto “migliorato e arricchito”.

“Quasi immediatamente – commenta la Mattei -, i beni archivistici e bibliotecari sono stati espunti dal decreto Franceschini. Certamente, si tratta di oggetti che meritano di essere trattati con cautela, ma gli studiosi solitamente hanno l’adeguata attrezzatura – mentale e tecnologica – per eseguire tali riproduzioni. Sembra quindi che la questione rimanga aperta, e che al momento tale decreto vada solo a vantaggio dei selfie nei Musei. Quanto a Ferrara, gli esponenti delle alte sfere, istituzionali e politiche, sembrano pensare che l’unico modo per trarre profitto dai beni culturali non sia valorizzarli – ovvero metterli a disposizione degli studiosi affinché ottengano il giusto trattamento – ma spennare gli studiosi per fare cassa”.

E mentre l’ex consigliere Cimarelli – se non altro l’unico a essersi interessato per qualche tempo della vicenda – assicura che la risoluzione verrà ripresa da Forza Italia in consiglio, Maisto allarga le braccia e afferma che ormai, per i conti della Mattei, c’è ben poco da fare. “Gli sconti retroattivi non li può fare nessuno. Le tariffe vengono fissate dal consiglio comunale, che si è appena reinsediato dopo le elezioni e fino a questo momento ha portato avanti le questioni urgenti. Adesso è pienamente operativo, quindi sono a disposizione dei consiglieri se vogliono fare una riflessione studiando le modalità e i pro e i contro di un intervento sulle tariffe, perchè la giunta non può intervenire su questo”. L’articolo che sollevò il caso è datato 8 dicembre 2013. Conoscendo i prezzi, meglio rileggerlo prima che vada a finire nell’Archivio Storico.

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