Daniele Manacorda: se la cultura non deve essere considerata il petrolio d’Italia, perché allora devono esserlo le fotografie scattate dagli utenti?

Riportiamo qui un estratto da un articolo di Daniele Manacorda (scaricabile integralmente da qui:  Manacorda_Petrolio-libre): la condanna è unanime quando qualcuno osa paragonare i beni culturali al petrolio. Nessuno però grida allo scandalo se le tariffe di riproduzione diventano un esplicito mezzo per “battere cassa” alle spalle dei ricercatori. E’ vero che gli introiti in questo caso vanno a rimpolpare le magre casse degli istituti, ma ciò non può avvenire a detrimento della ricerca (“poco importa se il costo sociale ricade sugli studiosi, e in primis sugli studenti in formazione -i più deboli appunto-“).

Ecco l’estratto:

Non si parli dunque di petrolio, valorizzazione o patrimonio, che abbinano la cultura al danaro! I soldi puzzano, perché li ha inventati il diavolo. Puzzano talmente che una sciagurata legge fatta sottoscrivere venti anni fa a quel galantuomo del ministro Ronchey, oltre ad introdurre i privati nei servizi dei musei
(iniziativa utile, della quale occorrerebbe però analizzare attuazione e risultati) ha introdotto occhiute royalties per la riproduzione dei beni culturali pubblici (!) rinfocolando quel castello di divieti (anche a fine di studio!) su cui il sistema statale di gestione dei nostri beni culturali aveva già da decenni impostato il
proprio programma di espropriazione degli italiani del loro patrimonio. Non è forse un caso che, nella recente polemica circa il diritto di libera riproduzione del patrimonio documentario presente in archivi e biblioteche pubbliche, gli argomenti addotti a difesa del divieto si sono basati principalmente
(oltre che su lepide considerazioni circa la tutela dei documenti: maneggiabili per leggerli ma non maneggiabili per fotografarli con una macchina digitale!) sulla importanza dell’obolo introitato da quegli istituti in grazia delle esclusive di riproduzione affidate a ditte esterne. Poco importa se il costo sociale ricade sugli studiosi, e in primis sugli studenti in formazione (i più deboli, appunto): il tutto in barba all’art. 108 del Codice Urbani, che in tema di canoni di concessione e dei corrispettivi connessi alle riproduzioni di beni culturali al comma 3 afferma che: “Nessun canone è dovuto per le riproduzioni richieste da privati per uso personale o per motivi di studio, ovvero da soggetti pubblici per finalità di valorizzazione”. Se la cultura non può essere petrolio, perché devono esserlo le fotografie scattate dai ricercatori?

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