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L’Archivio di Stato di Firenze, un anno dopo: la “liberalizzazione” dimenticata

Esattamente un anno fa, il 6 giugno 2014, l’Archivio di Stato di Firenze rendeva libere e gratuite le riproduzioni con mezzo proprio in ossequio al Decreto “Art Bonus” appena entrato in vigore, annunciato da un avviso affisso in archivio (foto in basso). Appena un mese dopo, a seguito dell’approvazione dell’emendamento che escludeva i beni bibliografici, l’Archivio fu costretto a rinunciare alla liberalizzazione, che oggi viene invece ricordata dalla stessa responsabile della sala studio, la dott.ssa Francesca Klein, come una misura importante non solo per la ricerca ma anche per la conservazione del patrimonio documentario. Si riportano in basso le parole della dottoressa:

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Sperando di recare ulteriore materia di riflessione sul problema della fotoriproduzione segnalo che negli Archivi nazionali in Francia e del  Regno unito è consentito eseguire direttamente riproduzioni  in sala di studio, senza corrispettivo, purché non a contatto e senza flash.

Questo sistema è stato introdotto anche nell’Archivio di Stato di Firenze dal giugno 2014 in applicazione del decreto 83/2014, fino a quando non è stato disposto diversamente, al momento della sua conversione in legge il 29 luglio 2014 . Abbiamo potuto riscontrare che  la fotoriproduzione diretta da parte dell’utente non disturba i lavori degli altri studiosi e non danneggia i pezzi, che anzi sono sottoposti a minori movimentazioni (sala di studio- depositi – laboratorio di fotoriproduzione- depositi)

Rimane tuttavia il problema, non di poco conto,  delle fotoriproduzioni “professionali”: per pubblicazione o per utenti  remoti che non hanno la possibilità di accedere alla Sala di studio. Per questo, ad esempio a Parigi, è in funzione  il servizio di fotoriproduzione di Istituto, anche se   si parla di “plusieurs mois” di attesa e per le tariffe applicate cfr.: http://www.archives-nationales.culture.gouv.fr/documents/10157/11409/2013_12_tarifs_reproduction_document.pdf/7f853b31-f601-4d6a-a673-0ba85d2bf115 . Questa soluzione comporta che i laboratori interni agli istituti debbono essere  dotati di adeguato personale, non di  un solo operatore tecnico e per di più a part time, come a Firenze (3 giorni la settimana di presenza,  incaricato di occuparsi oltre che delle fotoriproduzioni di sicurezza per l’Istituto, anche di aggiornare il sito web, delle apparecchiature informatiche etc. etc…). Altrimenti le riproduzioni di tipo “professionale” dovranno essere eseguite da fotografi privati, previo pagamento dei  diritti di riproduzione stabiliti (o da ridefinire)

Francesca Klein, Archivista di Stato (Archivio di Stato di Firenze) –  contributo comparso il 23/3/2015 sulla lista di discussione “Archivi 23″

“FOTOGRAFIE LIBERE PER I BENI CULTURALI” è un libero movimento di idee che mira a rendere libera da preventiva autorizzazione e gratuita la riproduzione, tramite fotocamera (o smartphone) personale, delle fonti storico-documentarie normalmente disponibili alla diretta consultazione in archivi e biblioteche nel rispetto delle norme a tutela della privacy e del diritto di autore. Il movimento sostiene la necessità di ripristinare lo spirito originario del decreto ‘”Art Bonus”, che aveva introdotto la libera riproduzione di tutti i beni culturali (come espresso dalla relazione illustrativa della Camera dei Deputati) al fine di agevolare al massimo la ricerca scientifica condotta ogni giorno da centinaia di ricercatori e professionisti dei bei culturali (storici, storici dell’arte, archeologi, restauratori, architetti) già costretti ad operare in condizioni economiche e professionali assai precarie, il più delle volte armati della sola passione.

Al nostro appello hanno già risposto più di 3100 studiosi da tutto il mondo: per sottoscriverlo CLICCA QUI

Ma quali sono in concreto le ragioni per cui sarebbe opportuno e urgente liberalizzare le riproduzioni delle fonti documentarie?

ECCO 10 BUONI MOTIVI:
1. La tecnologia digitale agevola sensibilmente le operazioni di trascrizione, con la possibilità di rivedere la propria trascrizione in luoghi e tempi diversi da quelli di consultazione diretta;
2. Lo scatto fotografico è assimilabile nello spirito e nelle funzioni all’atto di prendere appunti (la fotocamera digitale è mezzo di fruizione del documento come la matita personale o il computer portatile);
3. La riproduzione a distanza non sottopone di per sé la documentazione ad uno stress maggiore di quello subito durante la normale consultazione;
4. La riproduzione a distanza contribuisce anzi alla sua tutela del documento sia perché, a differenza della fotocopia, non implica un contatto diretto con il supporto, sia perché riduce al minimo il numero di accessi diretti alla documentazione consultata;
5. Si rendono più sostenibili i costi della ricerca permettendo agli utenti degli archivi di evitare lunghi e costosi soggiorni in trasferta;
6. Si attenuano le disparità esistenti tra studiosi che dispongono di maggiori o minori risorse economiche, contribuendo a garantire un accesso più democratico ai fondi documentari (si pensi ai giovani laureandi, ai dottorandi privi di borsa, ma anche a tutti coloro i quali sono costretti a rinunciare alla ricerca archivistica per motivi di tempo e per i quali la fotografia libera sarebbe invece un valido supporto);
7. Si incentiva la valorizzazione del patrimonio archivistico e bibliografico nazionale coinvolgendo come soggetti attivi un maggior numero di studiosi;
8. Si contribuisce a valorizzare l’insieme del nostro patrimonio culturale: il turismo di qualità si nutre infatti di contenuti culturali che sono spesso esito della ricerca documentaria condotta in archivi e biblioteche;
9. Può costituire un’occasione di rilancio dell’immagine delle biblioteche e degli archivi che, sempre più marginalizzati, stentano ad essere percepiti come effettivi centri di diffusione della cultura oltre che come centri di conservazione;
10. Liberalizzare significherebbe stringere una rinnovata ‘alleanza’ tra operatori e utenza risaldandone il fondamentale rapporto fiduciario: da un lato numerosi utenti in archivio eviterebbero tentativi di eludere la sorveglianza fotografando furtivamente manoscritti e documenti in violazione delle norme, dall’altro gli istituti che custodiscono i fondi documentari sarebbero nelle condizioni di favorire il più ampio accesso alle fonti e creando le condizioni per la più ampia diffusione del sapere. La British Library proprio dal 2015 ha deciso di aprire le porte alle fotocamere degli studiosi proprio per rispondere alle crescenti richieste dell’utenza diffondendo persino un video guida dimostrativo per la corretta riproduzione: http://www.bl.uk/reshelp/inrrooms/stp/copy/selfsrvcopy/book_photography_video.mp4

Per sottoscrivere l’appello a favore della libera riproduzione CLICCA QUI

COMMENTI ALLE ADESIONI

Nella speranza che la nostra voce non resti inascoltata, abbiamo pubblicato una selezione dei numerosi commenti sinora pervenuti. Siamo studiosi, funzionari ministeriali, docenti e appassionati di storia da tutto il mondo.

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È stato compiuto un errore, che ora va corretto.

Manuela Ghizzoni, Ricercatrice attualmente in congedo per mandato parlamentare

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Gli Archivi di Stato hanno il fine istituzionale tanto di conservare la documentazione ad essi affidata, quanto di renderla consultabile dagli utenti. I documenti che conserviamo, come osserva giustamente Gregorio Arena (si veda il commento in basso), sono un bene comune affidato allo Stato. Noi archivisti li custodiamo per conto dei cittadini. Ogni limitazione al diritto dei cittadini a fruirne dovrà essere giustificato dalla tutela di specifici interessi costituzionalmente tutelati.

La Repubblica promuove la ricerca e tutela il patrimonio storico della nazione (art. 9 Costituzione). Questo significa che se le riproduzioni mettono in pericolo la conservazione dei documenti, dobbiamo limitarle o – se il caso – addirittura proibirle. Ma se non sussiste questo pericolo, non è giustificato porre ostacoli alla riproduzione con mezzi propri a fini di studio da parte degli utenti.

Aggiungo che l’attuale sistema di tariffazione in molti casi incoraggia la fotocopiatura, che danneggia la documentazione più della riproduzione digitale con il mezzo proprio: se ho bisogno di meno di 30 riproduzioni da un faldone, infatti, mi conviene chiedere le fotocopie. Dovremmo piuttosto incoraggiare la riproduzione col mezzo proprio e scoraggiare le fotocopie. Ritengo inoltre particolarmente iniquo che si scarichino sui soggetti più deboli (i nostri utenti) le conseguenze dei tagli governativi alla cultura. Questo oggettivamente scoraggia la ricerca soprattutto dei ricercatori più poveri, introducendo una odiosa discriminazione per censo (non scordiamoci che molti ricercatori oggi sono precari che vivono con retribuzioni da fame). Infine vorrei ricordare ai colleghi archivisti che i nostri utenti sono stati in passato i nostri migliori alleati nelle battaglie che abbiamo fatto a difesa degli archivi, perché hanno potuto toccare con mano come gli archivisti “stavano dalla loro parte”, cercando in ogni modo (nonostante tutte le difficoltà in cui ci dibattiamo) di favorire la ricerca (cosa che del resto fa parte dei nostri compiti istituzionali). Facendo pagare le riproduzioni effettuate con mezzi propri, ci siamo messi in contrapposizione con l’utenza, alienandocene simpatie e sostegno Rischiamo di perdere il nostro unico alleato.

Giulia Barrera, Archivista di Stato (Direzione generale per gli Archivi)

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Sperando di recare ulteriore materia di riflessione sul problema della fotoriproduzione segnalo che negli Archivi nazionali in Francia e del  Regno unito è consentito eseguire direttamente riproduzioni  in sala di studio, senza corrispettivo, purché non a contatto e senza flash.

Questo sistema è stato introdotto anche nell’Archivio di Stato di Firenze dal giugno 2014 in applicazione del decreto 83/2014, fino a quando non è stato disposto diversamente, al momento della sua conversione in legge il 29 luglio 2014 . Abbiamo potuto riscontrare che  la fotoriproduzione diretta da parte dell’utente non disturba i lavori degli altri studiosi e non danneggia i pezzi, che anzi sono sottoposti a minori movimentazioni (sala di studio- depositi – laboratorio di fotoriproduzione- depositi)

Rimane tuttavia il problema, non di poco conto,  delle fotoriproduzioni “professionali”: per pubblicazione o per utenti  remoti che non hanno la possibilità di accedere alla Sala di studio. Per questo, ad esempio a Parigi, è in funzione  il servizio di fotoriproduzione di Istituto, anche se   si parla di “plusieurs mois” di attesa e per le tariffe applicate cfr.: http://www.archives-nationales.culture.gouv.fr/documents/10157/11409/2013_12_tarifs_reproduction_document.pdf/7f853b31-f601-4d6a-a673-0ba85d2bf115 . Questa soluzione comporta che i laboratori interni agli istituti debbono essere  dotati di adeguato personale, non di  un solo operatore tecnico e per di più a part time, come a Firenze (3 giorni la settimana di presenza,  incaricato di occuparsi oltre che delle fotoriproduzioni di sicurezza per l’Istituto, anche di aggiornare il sito web, delle apparecchiature informatiche etc. etc…). Altrimenti le riproduzioni di tipo “professionale” dovranno essere eseguite da fotografi privati, previo pagamento dei  diritti di riproduzione stabiliti (o da ridefinire)

Francesca Klein, Archivista di Stato (Archivio di Stato di Firenze) –  contributo comparso il 23/3/2015 sulla lista di discussione “Archivi 23”

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Quando manoscritti e documenti confluiscono nelle biblioteche e negli archivi cessano di essere beni privati ma non per questo diventano beni pubblici, bensì diventano beni comuni (cioè nostri, di tutti) affidati allo Stato in custodia, non in proprietà.
Non sono beni pubblici, come potrebbero esserlo una caserma o un aeroporto, perché non sono affidati allo Stato per soddisfare un interesse pubblico (la difesa o la mobilità), bensì l’interesse generale alla conoscenza, alla ricerca storica, alla cura della memoria collettiva (che è anch’essa un bene comune).
E per soddisfare tale interesse generale lo Stato, che li custodisce in nome e per conto di tutti noi, deve garantire che essi siano liberamente accessibili e utilizzabili per la ricerca, naturalmente con tutte le cautele necessarie a garantire che anche altri possano in futuro continuare a goderne.

Gregorio Arena, Presidente di LABSUS – Laboratorio per la sussidiarietà

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Una presa di posizione sbagliata da parte del MiBACT. Sanno benissimo che è solo una questione di tempo e dovranno cedere. Già ora le biblioteche statali sono condannate a offrire servizi inadeguati alla ricerca, ma con questo divieto saranno ancor più marginalizzate se non si cambia direzione.
Angela Nuovo, Professore Ordinario di Biblioteconomia, Università di Udine

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Mi associo convintamente alla petizione in quanto ritengo il poter riprodurre, per finalità di studio, documenti e libri (a stampa e manoscritti) un diritto innegabile oggi, tenuto conto della situazione attuale della ricerca in ambito umanistico e data la notevole richiesta di mobilità con cui gli studiosi, oggi più di ieri, devono fare i conti.
Michele Bosco, Dottorando in Storia Moderna, Università di Firenze-EHESS (Parigi)

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Dover argomentare su un diritto che io personalmente darei per scontato, mi deprime troppo.
Maurizio Arfaioli, Senior Research Fellow – The Medici Archive Project

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Fortunatamente l’intelligenza e la sensibilità di numerosi direttori di biblioteca ha fatto sì che questa norma – che mette bene in evidenza  l’ignoranza di coloro che l’hanno concepita – venga per larga parte disattesa. Si tratta di una sorta di “disubbidienza culturale” alla quale non si può che plaudire.

Carlo Federici, Docente di Conservazione e restauro dei materiali archivistici e librari presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e presso la Scuola Vaticana di Biblioteconomia, già direttore dell’Istituto di Patologia del Libro di Roma (1992-2002)

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Per noi studiosi è assolutamente necessario potere fotografare documenti d’archivio o manoscritti custoditi nelle biblioteche e dato che i fondi a nostra disposizione sono pressoché nulli (tanto che spesso non bastano neppure per coprire spese di viaggio e pernottamento nei luoghi delle nostre ricerche), avere almeno la possibilità di recuperare in immagini .jpg per il solo studio gli oggetti delle nostre ricerche, non solo aiuterebbe ad abbattere le spese, ma ci consentirebbe di fare un lavoro di migliore qualità  (per es.  nella trascrizione dei documenti si incorrerebbe in errori molto minori che se dovessimo stare giornate intere in biblioteca con il rischio che la stanchezza ci giochi brutti scherzi).
Valentina Gritti, ricercatore a tempo indeterminato

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Sperando non solo che sia ripristinata ma poi anche applicata in modo decente (sarebbe da documentare il modo in cui l’indicazione originaria era stata recepita in molti istituti l’anno scorso).
Filippo Benfante, Ricercatore indipendente

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Il libero accesso alla fotoriproduzione economica e puntuale al punto di ricerca è ormai non solo possibile ma facile grazie ai mezzi disponibili per tutti–e non esiste una scusa valida per ostacolare questo diritto fondamentale, riconosciuto a studiosi in tutto il mondo.
Edward Goldberg (Firenze), Storico, attualmente Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America at Columbia University in New York

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E’ già sconcertante che serva un ‘appello’….
Guido Vannini, Professore ordinario di Archeologia Medievale, Direttore Scuola Specializzazione in Archeologia, Università di Firenze

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E’ da anni che sostengo questa tesi: è assurdo che uno studioso ammesso (dalle Biblioteche e dagli Archivi pubblici) a maneggiare materiali preziosissimi come i manoscritti non sia poi ritenuto in grado di scattare, nella maniera meno invasiva, foto digitali a fini di studio, dovendo in conseguenza affidarsi a privati selezionati dagli enti di conservazione, spesso lenti e inaffidabili nell’esecuzione, e che esercitano inevitabilmente per lucro. Le Biblioteche e gli Archivi pubblici devono garantire istituzionalmente la salvaguardia ma anche la valorizzazione scientifica dei materiali che conservano, che non è appannaggio esclusivo dei bibliotecari. Si dotassero di una normativa la più prudente possibile, ma entrassero nell’ordine d’idee che è paradossale che un bambino in gita possa fotografare il David – oltretutto riprodotto ovunque – e che un paleografo provetto non possa prendere appunti fotografici di materiali di studio che spesso lui solo è in grado di valorizzare e che non può trovare riprodotti altrove.
Claudio Ciociola, Professore ordinario di Filologia Italiana, Scuola Normale Superiore, Presidente della Società dei Filologi della Letteratura Italiana (SFLI)

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Mi trovo nella sala Musica e Libri antichi della British Library e ho appena terminato di riprodurre con la mia fotocamera le pagine di tre o quattro saggi che mi interessavano.
L’ho potuto fare gratuitamente e anzi mi e’ stato messo a disposizione un leggio adeguato alle dimensioni dei volumi e i relativi dispositivi fermapagina. Ovviamente non sono autorizzato ad utilizzare treppiedi, flash o strumenti di riproduzione a sfioramento. Sono anche tenuto a rispettare il limite del 15 per cento delle pagine di ciascun volume. Dovendo fotografare qualche pagina di un volume un po’ piu’ antico, un assistente di sala e’ venuto inizialmente a sincerarsi  che il volume venisse da me trattato in modo adeguato e mi ha anche consigliato il leggio piu’ adatto e come posizionarlo in relazione alla luce (dell’ambiente e del singolo posto di lavoro). Mi ha detto che per qualunque necessita’ avrei potuto rivolgermi tranquillamente a lui/lei. Cosi’ nel giro di un’ora ho fatto tutte le riprese, le ho scaricate sul mio laptop, ho creato una cartella su dropbox, ho scaricato i file, ho condiviso la cartella con i colleghi con i quali sto facendo la ricerca e tutto a costo zero. Tra parentesi questa sala e’ aperta dalle 9 alle 20 (17 il sabato) e in questo momento ci saranno 250 persone. Dopo aver individuato sull’opac i libri che mi interessavano, li ho ordinati mediante l’apposito modulo elettronico indicando la sala nella quale li avrei consultati. Il tempo di consegna previsto era di 70 minuti, ma essendo arrivati prima un alert mi ha informato che erano gia’ pronti e potevo ritirarli. Anche altre biblioteche in Europa offrono servizi analoghi. Se soltanto coloro che legiferano in merito ai nostri patrimoni culturali avessero il tempo e la volonta’ di farvi un sopralluogo, piu’ o meno come fece Antonio Panizzi nel 1835-36 quando ricevette l’incarico di organizzare al meglio l’allora biblioteca del British Museum!

Paul Gabriele Weston, Docente di Biblioteconomia, Università di Pavia
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Se alla ricerca, già povera di mezzi, non si dà la possibilità di sfruttare pienamente le potenzialità di mezzi moderni, significa soffocarla.  Poter fotografare con una certa libertà o per lo meno a basso costo  è un’operazione fondamentale per chi va per archivi e biblioteche. Due o tre euro a scatto, come avviene in certi archivi è un vero e proprio latrocinio!
Mauro Tagliabue, Ricercatore universitario in quiescenza, Università Cattolica di Milano

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3 euro x n documenti o pezzi (parliamo di fondi notarili?), inclusi i costi per raggiungere e spesso stazionare nella città sede d’archivio, sono una spesa che può non essere indifferente per il ricercatore nostrano o straniero (meno per chi in archivio ci lavora, ovvio).
Onestamente mi sfuggono determinate logiche a monte che difendono ad oltranza una modifica di legge aberrante – se non quelli derivanti dal mero “far cassa” dove si può, come si può. Non mi pare che nessuno abbia mai detto che il Servizio di Fotoriproduzione debba essere gratis, dato che – si spera – gli strumenti messi a disposizione dall’Archivio sono tali da rispondere a richieste di qualità e dettaglio che non si potrebbero avere altrimenti (cosa di cui dubito, ma è un’opinione personale). Qui si discute della “liceità” (morale, non più giuridica) di chiedere un obolo a pezzo / faldone quando non c’è alcun servizio, dato che la fotoriproduzione è fatta con mezzi propri, macchine o smartphone che siano. Mi chiedo: ma a parità di condizioni, perché chi chiede in visione un pezzo e si arma di pazienza, carta e matita non paga nulla mentre chi invece – per i motivi più diversi – estrae il cellulare per fotografare i documenti su cui a casa, con calma, potrà lavorare, deve pagare? Dov’è la ratio? C’è dietro un processo mentale logico? A questo punto se si deve chiedere un onere economico che dia supporto e ossigeno all’Istituto lo si chieda a monte, per singolo pezzo portato in consultazione o per il mero atto di accedere all’archivio, non arrampichiamoci sugli specchi nel difendere l’indifendibile.
Davide Dionisi, archivista libero professionista

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Aderisco convintamente.

Daniele Manacorda, Professore ordinario di metodologie della ricerca archeologica, Università “Roma Tre”

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I strongly urge the government to reinstitute the possibility for researchers to photograph archival materials for free, as intended by the “Art Bonus” decree. This freedom is essential to the ability of scholars to make advancements in knowledge; if some scholars once could obtain funds that allowed them to pay for this service, this is no longer the case because universities have eliminated these funds and scholars cannot afford the fees that are being charged. The “mercenary management” of the precious and unique archival material in public collections is choking off the ability of scholars to carry out their work. If scholars are forced to abandon the archives, then there will be no one left to advocate for their importance. As a result, not only scholarship but archives themselves will be imperiled.
Sheila Barker, Director, The Jane Fortune Research Program on Women Artists at the Medici Archive

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Se non dovesse passare l’appello, non ci resta che piangere. E i politici – se insensibili – non dovrebbero/avrebbero da  rallegrarsi. Valete.
Marcello Del Verme, Former professor of Early Christianity and History of Religions, Università “Federico II” di Napoli, in pensione dal 2010

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Riportiamo qui la nostra esperienza di studiose friulane impegnate in un progetto di ricerca sulla corrispondenza fiorentina dell’ultimo ventennio del Quattrocento che implica la consultazione di una mole considerevole di documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Firenze. Non avendo la possibilità di recarci quotidianamente in archivio per la consultazione diretta dei documenti, è inevitabile ricorrere a fotoriproduzioni e a stampe da microfilm fornite a pagamento da una ditta privata, dal momento che le foto con mezzo proprio sono proibite in archivio. Il tariffario prevede per il rilascio di foto in digitale 3€ per ogni scatto in bianco e nero (3.50€ se a colori), mentre per la stampa da microfilm il costo è pari a 1.25€ a foglio, ma il prezzo sale a 1.75€ se i documenti non risultano in sequenza. In un recente preventivo giunto da Firenze si richiede l’esborso di 192€ per 64 foto + 9.60€ per la spedizione via e-mail (!). Se per sole 64 foto ci ritroviamo a spendere più di duecento euro, per l’intero nostro lavoro abbiamo calcolato una spesa superiore ai 1000€, escludendo i costi di viaggio e di pernottamento a Firenze, che comunque saranno d’obbligo, per qualche contatto diretto con l’Archivio. È quantomeno imbarazzante che dei giovani studiosi, senza alcun vantaggio economico, e interessati a ricostruire la storia del nostro Paese, debbano affrontare spese simili! Non sarebbe allora tutto più semplice se si tornasse a rendere libera e gratuita la fotografia con mezzo proprio in archivio?

Serena Camerin, Anna Sioni, Laureate in Lettere presso l’Università di Trieste

Una necessità ovvia.
Fabrizio Beggiato, Professore di Filologia romanza, in pensione.

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Avendo esperienza di lavoro e ricerca negli Stati Uniti, dove le più importanti collezioni di libri antichi e manoscritti consentono la riproduzione con mezzi propri per studio personale – e riconoscendo lo straordinario vantaggio che questo reca agli studiosi – non posso che sottoscrivere la petizione. Il paradosso italiano – da me sperimentato anche di recente – è che in quelle biblioteche (statali) in cui per vari motivi non esiste un servizio di riproduzione interno (o dato in appalto a ditte esterne), la possibilità di fotografare con mezzi propri è concessa. Perchè non sbarazzarsi una volta per tutte di questa bizzarria?
Eugenio Refini, Assistant Professor of Italian Studies, Johns Hopkins University, Baltimore (USA)

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“Siamo restii a far riprodurre per intero il codice perché ciò significherebbe pubblicarlo”, oppure “la copia svilisce l’originale” sono dichiarazioni realmente lette o udite con le mie orecchie nelle biblioteche. Sembrano denunciare una forma di resistenza programmatica al concetto di riproduzione come strumento di diffusione e promozione della cultura, “mercificata” trasformando gli archivi in discount a spese dell’utenza, che richiede il ‘privilegio’ di usufruire della copia digitale. L’impressione non cambia quando mi viene detto “Lei può fotografare qui con il suo mezzo al massimo cinque foto, dalla sesta in poi dovrà chiamare obbligatoriamente il nostro fotografo professionista”.

Alla fine, dopo due richieste di autorizzazione, una telefonata di sollecito al fotografo, un mese di attesa, e un bel bonifico di sessanta euro, posso dire di avercela fatta: è finalmente arrivato a casa l’atteso CD con i sessanta files. A parte il tempo perso in burocrazia e nell’attesa, un solo euro a immagine può essere consierato persino una miseria per un fotografo professionista che comunque avrei fatto ben volentieri a meno di disturbare, essendo giunto in biblioteca con la mia Canon al collo. Mi sono sentito quasi fortunato, visti e considerati tariffari ben più salati, anche se i concetti di ‘promozione della cultura’ e di ‘amministrazione come servizio al cittadino’ credo forse vadano intesi, e soprattutto praticati, in altro modo.

Mirco Modolo, dottore di ricerca in Archeologia

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E’ un’idea eccellente! Finalmente!
Danilo Prefumo, Direttore artistico Istituto Discografico Italiano, Direttore artistico Dynamic

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È vero, appare oltremodo anacronistico – se non addirittura grottesco – dover spiegare, nel 2015, il perché di questa giusta e quantomai opportuna mobilitazione. Ma è necessario e per questo non possiamo che essere grati ai suoi promotori per lo spirito d’iniziativa e la tenacia finora dimostrati.
Ciò che convintamente qui si tenta di contrastare non è che il riflesso di un’epoca ormai passata, i cui effetti tuttavia si ripercuotono pesantemente su tutti coloro che, avendo abbracciato il nuovo paradigma basato sulla condivisione e sull’economia della conoscenza, tentano faticosamente di realizzarlo nella pratica quotidiana.
Quella che oggi combattiamo è una battaglia del nostro tempo: l’importante non è vincerla (in un certo senso l’abbiamo già vinta), ma viverla con consapevolezza.
La consapevolezza è ciò che resterà, quando anche questo obiettivo sarà ormai raggiunto.

Marco Contini, Presidente dell’associazione “Conoscere per Deliberare” e Direttore della “Società Pannunzio per la libertà d’informazione”

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I manoscritti e i documenti conservati nelle Biblioteche e negli Archivi e quindi confluiti nel patrimonio culturale e storico dell’umanità devono essere accessibili liberamente e senza oneri a chiunque desideri condividerli. Come nella biblioteca di una grande famiglia.
Gabriella Alfieri, Professoressa ordinaria di Linguistica italiana, Presidente del Comitato per l’Edizione Nazionale di Verga, Presidente del Consiglio Scientifico della Fondazione Verga

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Grazie! Iniziativa lodevole e meritoria.
Elisabetta Scarton, Professore aggregato in Storia Medievale presso l’Università di Udine

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Le ricerche degli Istituti Pubblici, la conservazione, il restauro dei Beni Culturali sono effettuati con soldi pubblici, con le nostre tasse, conseguentemente LO STATO HA IL DOVERE DI AGEVOLARE LA FRUIZIONE DEI BENI che appartengono a tutti i cittadini! Ogni divieto o ostacolo in tal senso sono un tradimento della propria missione istituzionale.
Luigi Sedita, Medico e “dilettante nella ricerca del bello e dell’interessante”.

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Si tratta di una normativa che, per far cassa, mortifica e limita inutilmente la libertà di ricerca: è di vitale importanza arrivare ad una sua correzione!
Mario Montorzi, professore ordinario di storia del diritto medievale e moderno, Università di Pisa, a riposo

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Scholarship freedoms are of international benefit – thus also for Italy’s benefit.

Frances Causer, Lecturer, Seijo University, Tokyo

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La libera (e gratuita) riproduzione per finalità di studio e ricerca anche di beni archivistici e bibliografici (nel rispetto delle norme a tutela di copyright e di privacy) è una misura che potenzia la ricerca scientifica e insieme valorizza il patrimonio bibliografico e archivistico.
Mirko Tavoni, Professore ordinario di Linguistica italiana, Università di Pisa

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In ogni biblioteca americana è permesso fotografare testi con lo smartphone. Inclusa la Library of Congress, dove passo la maggior parte dei miei giorni.  Cio` anche nella sezione dei libri rari, manoscritti e incunaboli.
Bernardo Piciche’, Associate Professor of Italian and Mediterranean Studies, Virginia Commonwealth University (USA)

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Per diretta esperienza, ricordo che presso la John Rylands Library (Manchester) la Newberry Library (Chicago), e la biblioteca del Harry Ransom Center, è possibile fotografare i manoscritti o i libri antichi e moderni, senza treppiedi, flash o luci. Questo ha enormemente facilitato la mia ricerca e le mie pubblicazioni.
Simone Testa, Fellow of the Harry Ransom Center University of Texas at Austin

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Bizantinismi insensati a favore di microscopiche lobbies e a danno dell’intera collettività. Questo mi pare ormai il senso costante dell’attività legislativa nel nostro paese. Il mio pieno e convinto sostegno all’appello.

Luigi Piccioni Storico, Università della Calabria.

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Il libero accesso alle fonti agevola notevolmente gli studi e permette di evitare inutili e costose trafile burocratiche
Donatella Martinelli, professore associato di Linguistica italiana, Università di Parma

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Poiché lo Stato non ha soldi per le nostre discipline, che vivono di manoscritti e di libri, sarebbe un risparmio grandioso per lo Stato, una semplificazione per gli studiosi di tutto il mondo e anche credo per le biblioteche, che spesso devono stare sul “chi va là” per l’inutile divieto.
Concetto Del Popolo, Professore associato di filologia della letteratura italiana

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Petizione sacrosanta! Il materiale archivistico e bibliografico è di tutti.
Saverio Bellomo, professore ordinario, Università di Venezia

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Mettiamo fine al business delle riproduzioni!!!
Marco Limongelli, PhD, Université de Lausanne

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Sostengo con convinzione questa civilissima iniziativa.
Paola Guglielmotti, Professore associato di Storia medievale, Università di Genova

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E’ un triste paradosso che studenti e studiosi debbano pagare ditte private che agiscono dentro a strutture pubbliche. Libertà di riproduzione per tutti!
Franco Arato, professore di letteratura italiana, Università di Torino

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In un’epoca in cui siamo sommersi da appelli alla sostenibilità, i fondi per la ricerca sono scomparsi e i fotografi autorizzati dalle biblioteche agiscono in regime di monopolio, è indispensabile consentire agli studiosi di fotografare, per sole ragioni di ricerca, le fonti documentarie.
Paolo Trovato, Professore ordinario di Linguistica italiana, Università di Ferrara

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Per favore, lasciateci lavorare!
Pietro Trifone, docente universitario

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Si renda libera finalmente la copia di tutti dei Beni Culturali, sia cartacei che in ogni altra forma, e si metta allo stesso tempo tutto online e a disposizione di tutti!
Francesco Polci, Dottore di ricerca in lettere classiche, indirizzo archeologico

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Bisogna aumentare le tariffe per lo sfruttamento dei beni culturali a fini commerciali e rendere gratuita la consultazione e la riproduzione di essi a fini di studio. La conoscenza si tramanda e rende l’uomo uomo, la merce no
Alessandro Cremona, Curatore Storico dell’Arte, Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale

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Eliminiamo un ostacolo alla conoscenza ed alla ricerca!
Stefano Barbacetto, Ph.D. in Studi storici, insegnante

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Il ricorso a strumentazione privata per fotografare documenti per scopi di ricerca, o per altro utilizzo personale di tipo non commerciale, di fatto oggi sostituisce la vecchia prassi di prendere appunti con la penna e il blocchetto di fogli di carta. Essere troppo rigidi in questo causa disagi agli studiosi, ma soprattutto rompe il vincolo di fiducia tra chi conserva un bene culturale e chi lo utilizza e, al primo, fa dimenticare che un bene culturale lo si conserva proprio perché qualcuno lo utilizzi. Non mi pare che laddove esista una normativa troppo rigida e onerosa, sia sul piano burocratico che su quello economico, gli istituti culturali si siano arricchiti. Fortunatamente, nella mia esperienza di ricercatore, accanto a funzionari che si approcciavano in maniera burocratica al tema (a volte imponendo delle vere e proprie “forche caudine”), ne ho incontrati anche alcuni assai attenti alle esigenze degli studiosi e capaci di venire incontro alle necessità di chi, spesso a  proprie spese, porta avanti la ricerca. Come direttore di un Archivio Storico mi chiedo se sia il caso di parlare di diritto a esercitare l’obiezione di coscienza nei confronti di atteggiamenti ritenuti vessatori nei confronti degli utenti.

Andrea Czortek, Direttore dell’Archivio Storico Diocesano e della Biblioteca Diocesana “Storti – Guerri” di Città di  Castello; Professore incaricato di Storia della Chiesa Medievale nell’Istituto Teologico e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi.

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Perché un libro pubblicamente consultabile non dovrebbe essere riproducibile a costo zero per il lettore, se ciò non comporta alcun costo aggiuntivo per la biblioteca? Ogni libro è stato scritto per andare il più lontano possibile e sopravvivere a sé.
Sara Pacaccio, ricercatore e docente

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Voglio dire due parole sulle foto fatte comunque – perché la ricerca non si può ingabbiare – ma di nascosto, con la mano sudaticcia e tremolante, e in condizioni di luce pessime- sai che belle foto! ma sufficienti per lo scopo, che non era quello di pubblicarle in un articolo sul Burlington, ma semplicemente quello di agevolare la trascrizione di un inventario o di una manciata di sonetti, da poter copiare con calma a sera, dopo una giornata trascorsa a radunare il materiale nelle varie biblioteche, o al dì di festa, se proprio i tempi stringevano. Spesso i sorveglianti, troppo presi a discutere del banchetto per la comunione della nipote, non si accorgevano di nulla, di quegli strani movimenti, di quell’espressione vacua che ci si stampava in faccia, non dissimile da quella di un gatto intento ai suoi bisogni. Ma se disgraziatamente si veniva scoperti, ecco che i cantori di banchetti, impegnati fino a poco prima a ostacolare lo studio con il loro cicaleccio, si ergevano a tutori della legge, a paladini dell’ordine costituito, a difensori ultimi della civiltà scritta di fronte alla barbarie, intimando a gran voce la cessazione di ogni attività illegale, pena l’espulsione da quella biblioteca e forse da tutte le altre del Regno. Io non sono mai riuscito a ‘farmi il pelo’ in queste situazioni, pur avendone vissute parecchie: la mia reazione era sempre più o meno la stessa, battito cardiaco alle stelle, sudorazione in ulteriore aumento, maldestro tentativo di accennare una protesta, senso di umiliazione e frustrazione: vogliamo davvero che questa triste situazione continui sempre a ripresentarsi?
Giacomo

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Quando chiedo all’impiegata della Biblioteca Nazionale di Oslo se posso ordinare un microfilm del manoscritto che sto studiando lei si stupisce: «Ma glielo possiamo digitalizzare!». E se fossero solo un paio di pagine? «Allora fotografi lei stesso». E così faccio, coll’ipad. Quando chiedo se c’è qualcosa da pagare, lei è ancora più stupita: «Perché?».

Claudio Giunta (http://www.claudiogiunta.it/2014/09/digitalizzare-tutto/)

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Alla Biblioteca Capitolare di Verona è concesso all’utente dotato di fotocamera solo qualche scatto. Poi è proibito e subentra l’obbligo di chiamare il fotografo privato convenzionato che invierà per e-mail il preventivo e poi il cd (a carico ovviamente del richiedente) con le immagini una volta che il bonifico sarà pervenuto al fotografo.
Per sei scatti di una medesima planimetria (che aveva lo svantaggio di svilupparsi in orizzontale) sono stati richiesti 65 euro dal fotografo. Circa 10 euro a fotografia. Fotografie strepitose, per carità, ma in fondo bastava anche qualche semplice scatto con il cellulare da poter analizzare a casa. Il lusso dello studio però si paga.

Ted O’Neill, Reporter inglese

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Alcuni ricorderanno la vicenda di Francesca Mattei, la 33enne ricercatrice ferrarese (impiegata al Politecnico di Milano) che per riprodurre cinque disegni, da pubblicare recto e verso, più due fotoriproduzioni di un libro antico, si era trovata di fronte a un preventivo ‘monstre’: 490 euro di base, che potevano arrivare a 840 a seconda del computo degli addetti al servizio. Il tutto per realizzare una ricerca su diversi disegni cinquecenteschi conservati a Ferrara – finora mai segnalati nel panorama accademico – che già di per sé rappresenterebbe un guadagno d’immagine per la città estense.

Ruggero Veronese, http://www.estense.com/?p=406476

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Ritengo che l’escamotage trovato, quello di far pagare le fotografie ai ricercatori, sia contro lo spirito del decreto. Sarebbe semmai più logico e opportuno fare pagare, se proprio necessaria, una “tassa” di accesso che può essere esatta con una tessera periodica (e valida per tutti gli archivi statali), anche per rendere uguale l’accesso al bene culturale a tutti, senza fare differenze tra chi esegue riprese fotografiche e chi si limita a consultare lo stesso materiale.

Stéphan Jules Buchet. Ammiraglio della Marina Militare Italiana in pensione, ricercatore e scrittore storico navale.

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Chiunque abbia svolto Ricerca nel campo delle Scienze Umanistiche a Roma conosce bene quella sensazione, di rabbia mista a frustrazione, che si prova nel sentirsi dire che per legge o regolamento, all’interno dell’istituto ne quale stiamo svolgendo il nostro lavoro, è proibita la riproduzione privata (quindi con il proprio apparecchio).
La frustrazione è dettata dalla consapevolezza che saremo costretti, nella migliore delle ipotesi, a pagare inutilmente ed a perdere molto tempo per ottenere una manciata di foto di un documento essenziale ai fini della nostra ricerca (svolta, il più delle volte, a titolo totalmente gratuito!!). Nella migliore delle ipotesi perché, in alcuni casi, la riproduzione è vietata in tutte le sue forme: “guardare ma non toccare”, o meglio “guardare ma non fotografare”, perché, tanto per arrivare quanto per essere letto, quel documento sarà in ogni caso manipolato, spesso senza tatto o competenza alcuna.
La rabbia invece è generata dalla palese incongruenza tra l’obiettivo (necessità di conservare integro il manoscritto) e i divieti: se la nostra foto senza flash danneggia il documento perché quella del fotografo non dovrebbe farlo? Perché gli scatti del fotografo dovrebbero costare delle cifre folli e necessitare a volte settimane di attesa per la consegna? Siamo così sicuri che i fotografi (noti esperti in conservazione di beni culturali) poi esercitino la loro attività sotto stretta sorveglianza dei funzionari e stando attenti a non danneggiare i materiali? Rischi per la conservazione derivano semmai dalle foto ‘professionali’ che richiedono tutta una serie di accorgimenti, più che da banali ‘foto per studio’ scattate durante la consultazione!
Duole constatare che poi siano proprio le biblioteche pubbliche a Roma i luoghi di questi divieti inutili, mentre gli istituti stranieri (British School at Rome, Biblioteca Hertziana..) o privati (Fondazione Marco Besso) generalmente permettono di fotografare tutto (o quasi) con il proprio apparecchio…non fa altro che aggiungere sale sulla ferita.
Ma il motivo maggiore di rabbia è legato alla consapevolezza che dietro questi divieti assurdi ci sia l’avido desiderio di profitto sulle spalle di chi fa ricerca poco più che gratuitamente!
Fare Ricerca è un diritto tutelato dalla Costituzione (art. 33) e impedire la riproduzione con il proprio apparecchio a singoli studiosi senza nessuna valida ragione significa di fatto calpestare un diritto costituzionale.

Giulio Del Buono (Phd)

Se condividi l’idea di tornare ad estendere la riproduzione libera (da autorizzazione preventiva) e gratuita ai beni archivistici e bibliografici, come previsto nella versione originaria del decreto “Art Bonus”, restituendo agli studiosi la possibilità di fotografare liberamente, con mezzi propri a distanza (fotocamera/smartphone) e a fini di studio, i manoscritti e i volumi storici normalmente concessi in consultazione in archivi e biblioteche, fatte salve le norme a tutela di privacy e copyright, COMPLETA IL MODULO SOTTOSTANTE: la tua firma sarà presto pubblicata nella lista alfabetica delle adesioni.

I dati forniti NON verranno ceduti a terzi o utilizzati per altri scopi, nè verrà pubblicato l’indirizzo e-mail. Qualora vi fossero modifiche da apportare al nominativo pubblicato nella lista, compresa la sua rimozione, si prega di contattare: fotoliberebbcc@gmail.com.

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Staff: Mirco Modolo, Andrea Brugnoli – E-mail: fotoliberebbcc@gmail.com